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Mentre galleggiano insieme sulle acque del Mar Morto, due ragazzi entrano in una dimensione onirica e poetica, connessa allo spirito del popolo palestinese. Attraverso il paradosso del Mar Morto – dove l’altissima salinità rende impossibile la vita, ma allo stesso tempo crea una tale spinta di galleggiamento da rendere quasi impossibile annegare – il film riflette sulla resilienza e sulla memoria.
Nota del regista
L’origine di questo progetto è stata molto semplice: sentivamo il bisogno profondo di esprimere un gesto di solidarietà verso Gaza. Fin dall’inizio sapevamo che, qualunque forma avesse assunto il film, lo avremmo realizzato. Sapevo anche che non volevamo mostrare direttamente le immagini della guerra. Dovevamo trovare un linguaggio diverso per raccontare questa storia. Molto spesso, quando un popolo affronta una tragedia e gli viene sottratta la libertà, le canzoni che nascono e le poesie che vengono scritte non parlano di politica né di morte. Parlano invece delle cose più semplici: del primo sole del mattino, del profumo dell’erba e della terra, dell’odore del pane, degli alberi che offrono ombra. Sono questi ricordi a diventare più vivi di fronte alla morte. Sono loro a plasmare lo spirito di una nazione.
Era questo il linguaggio che volevamo adottare. La scelta del Mar Morto come ambientazione del film non è stata dettata soltanto dalla sua vicinanza a Gaza, ma anche dal profondo valore simbolico e culturale che questo luogo custodisce. Secondo la tradizione islamica e quella biblica, il Mar Morto sorge dove un tempo si trovavano le antiche città di Sodoma e Gomorra, patria del profeta Lot, la cui moglie fu trasformata in una statua di sale mentre fuggiva dalla città in fiamme. Più che soffermarmi su questi riferimenti storici e culturali, ero interessato al paradosso racchiuso nella natura stessa del sale, capace di negare e al tempo stesso affermare la vita. L’elevatissima concentrazione salina rende l’ambiente privo di qualsiasi forma di vita. Eppure, proprio questa stessa salinità crea una forza di galleggiamento che rende quasi impossibile per un essere umano annegare. In questo senso, la “mortalità” del Mar Morto sostiene paradossalmente la vita, riportandola in superficie. E più un corpo scende nelle profondità, maggiore è la forza che lo spinge verso l’alto. Questo contrasto rappresenta, ai miei occhi, la natura complessa e resiliente della vita a Gaza. Con questo cortometraggio abbiamo voluto raccontare una storia semplice e al tempo stesso simbolica, seguendo due adolescenti palestinesi, Firaz e Qais, mentre galleggiano sulla superficie del mare, avvolti dalle acque salate e dal calore del sole.
Un altro simbolo presente nel film è l’anguria. Quando viene tagliata, i suoi colori – rosso, nero, bianco e verde – richiamano quelli della bandiera palestinese. Divenuta un simbolo dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, continua ancora oggi a rappresentare l’identità palestinese, con una forza forse persino maggiore di allora. Per questo sapevamo che doveva essere presente anche nel nostro film. La narrazione si sviluppa sul confine tra il mondo reale e una dimensione onirica e surreale. E, al di là dei simboli più o meno evidenti, credo che questa sia soprattutto una storia che celebra la vita. Una vita fragile, ma una vita che non può affondare. Ed è questo il messaggio che volevamo trasmettere.
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